Painting the Moon, Touching a Dream

Nikon ZR - Lancio ufficiale

· 2025 ·
Ho imparato una cosa importante, in tutti questi anni passati sui set: la camera è soltanto uno strumento, e da sola non racconta niente. La differenza la fanno sempre gli occhi di chi ci sta dietro e le storie che quella persona ha voglia di raccontare. È il primo pensiero che mi è venuto quando Nikon mi ha scelta per lanciare in Italia la sua prima cinema-camera.

Quattro autori,
una sola regista

Nikon mi ha voluta tra i quattro autori scelti in tutta Italia per raccontare la ZR, la sua prima cinema-camera nata dalla collaborazione con RED, e di quei quattro io ero l’unica regista: gli altri erano un direttore della fotografia e due filmmaker.

Il brief mi lasciava carta bianca sulla creatività, con un budget già definito e una richiesta chiara, cioè costruire una produzione vera e portare la macchina a lavorare sul campo, in una situazione reale.

Ti confesso che la responsabilità era enorme. Quando un brand come Nikon ti affida il lancio di un suo prodotto, sta accettando che il mondo lo veda per la prima volta attraverso i tuoi occhi, e quella prima impressione è l’unica che si porterà dietro.

Una camera che non avevo mai visto, e un giorno solo

La parte più tosta è arrivata subito, perché ho dovuto lavorare quasi al buio. La macchina me l’hanno messa in mano soltanto la sera prima delle riprese, senza una scheda tecnica in anticipo: era un modello di preproduzione che nessuno aveva ancora davvero usato, e io la mattina dopo dovevo presentarmi sul set con un’idea già chiara in testa.

A tutto questo si aggiungevano un solo giorno per girare ogni cosa e un embargo che non lasciava uscire un singolo file dalla produzione, quindi ho montato lì, sul posto, iniziando la sera stessa delle riprese e chiudendo il giorno seguente. E come se non bastasse, la troupe non era la mia: me l’aveva messa a disposizione la casa di produzione che seguiva Nikon in quei giorni, gente in gamba che però avevo conosciuto la mattina stessa.

Ho scelto di raccontare una persona

Ho scelto Luca Ballestra, un artista che dipinge lune. Ho costruito tutte le domande dell’intervista per far emergere la sua parte più autentica, quella che di solito resta nascosta: cosa muove la sua ricerca. Quella storia è diventata il filo che tiene in piedi tutto il documentario.

Le specifiche della camera le ho lasciate lavorare dentro il racconto, senza metterle in vetrina. Volevo ombre profonde, tendenti al blu navy, e le ho ottenute girando in RAW. Volevo immagini vive, prese a mano libera, dal basso e dall’alto, e la stabilizzazione della macchina me l’ha permesso.

E siccome quella storia sarebbe vissuta su più formati, ogni inquadratura doveva funzionare sia in verticale che in orizzontale, perché il tempo di rigirarla non c’era.

C’è poi una cosa a cui tenevo in modo particolare: ho girato tutto esclusivamente con la ZR, senza affiancarle camere RED più blasonate per “aiutare” il risultato finale. Volevo dimostrare che quella macchina, per quanto piccola e leggera e senza un grande parco attrezzature dietro, ha una presenza tutta sua.

Un set che non era il mio

Su un set che non è il tuo, con persone che ti hanno appena conosciuto, o prendi in mano la situazione o la giornata ti scappa via. Io avevo in testa un film che nessun altro poteva vedere, e ho portato tutti dentro quella visione, dal direttore della fotografia fino all’ultimo reparto.

Ti racconto un momento, perché dice di me più di mille aggettivi. Sul set c’era anche un fonico, fondamentale per la voce durante l’intervista a Luca. A un certo punto, mentre lui dipingeva, gli ho chiesto di registrarmi anche i suoni reali di quella scena: il pennello, i movimenti, tutto il tappeto sonoro di quello che stava accadendo intorno. Erano suoni che non mi servivano per le riprese video, perché avrei utilizzato la voce di Luca in montaggio, ma li volevo per mixarli con la musica che avrei scelto e rendere tutto più vero e più amalgamato. L’ho chiesto d’istinto, in tre secondi, perché mentre giro ho già in testa il montaggio. Penso già a come i pezzi si incastreranno dopo, e questo mi fa chiedere le cose giuste mentre sono ancora sul set.

Il montaggio e la color, poi, li ho fatti io, sempre sul posto e sempre sotto embargo. Ed è proprio qui che sento il valore di tutta la strada che ho fatto: aver attraversato tanti mestieri prima di dirigere significa che, quando sono sul set, so già dove voglio arrivare e non lascio niente al caso.

Dove è finito quel film

Il documentario è stato proiettato a un evento ufficiale Nikon. A Roma sono salita sul palco insieme agli altri autori per raccontare le nostre scelte creative, davanti al pubblico del brand. Da quell’esperienza è nata anche un’intervista sul blog ufficiale Nikon, dove ho raccontato com’è stato lavorare con la ZR. E dentro l’azienda il progetto ha lasciato il segno, con complimenti arrivati dai referenti sia sul momento sia a lavoro pubblicato.

Alla fine è questa la prova che mi interessa davvero. Un brand serio che ti sceglie, che proietta il tuo lavoro a un suo evento e che ti mette a raccontarlo con la sua voce. È una fiducia che poi ti porti addosso su ogni cliente che viene dopo.

Il mio ruolo: regia, riprese e montaggio. Le riprese le ho firmate perché il progetto chiedeva alla regista di provare la macchina sul campo, con la camera fisicamente in mano.

Momenti dal set

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